NOTE DEL CURATORE

   Questo festival nasce essenzialmente dal desiderio di condividere con gli amici la visione di alcuni film, che per una ragione o per l’altra ci sono piaciuti. E’ perciò una grande soddisfazione constatare che questa cerchia originaria si sia allargata. Mi permetto di parlare al plurale, includendo in questo discorso non solo gli altri membri dell’associazione Cultural Pro ma anche i tanti della mia generazione cresciuti insieme a me, che potrebbero almeno in parte riconoscersi in quello che dico. L’idea iniziale di questa rassegna nasce dalla esperienza personale e cioè dal nostro modo di vivere i Paesi che ci troviamo qui a celebrare. Indipendentemente da quali fossero il luogo di nascita o il tempo vissuto in Italia o in Albania, possiamo dire con certezza che noi non abbiamo vissuto solo all’interno di un paese o l’altro, ermeticamente, bensì li abbiamo attraversati entrambi. Non mi riferisco qui solamente alla transitorietà territoriale che caratterizza il viaggio fino ed oltre il confine, ma anche e soprattutto a quella transitorietà culturale e sociale che è per sua natura sconfinante, poiché si articola potenzialmente in infinite esperienze che hanno ben poco riguardo per la geografia politica.

   Per quanto possiamo sforzarci, non riusciamo a vedere dei confini tra Albania e Italia. Gli scettici potrebbero dire che i due paesi sono tenuti a distanza dal Mare Adriatico e dallo Jonio, ma il mare non è confine né un non-luogo. Al contrario il mare è sempre stato uno spazio di interazione dotato di particolari codici simbolici ed etici che possono risultare incomprensibili a un forestiero del mare, ma che sono la casa di chi lo vive attraversandolo. Lo stesso discorso vale per la terra ferma. Non esistono dei confini all’interno delle persone, delle società e delle culture tranne quelli sanciti dalle nostre ambizioni, dalla nostra ignoranza e dalle nostre possibilità economiche. Vivere attraverso l’Italia e l’Albania significa trovarsi in una dimensione linguistica e simbolica che noi rigeneriamo in continuazione, le cui origini possono essere note ma non sono  mai del tutto accertate. Ognuno di noi è tanto italiano quanto albanese, tanto é il rifiuto ad essere considerato solo questo o quello. Nell’attraversamento, l’italianità e l’albanesità non rappresentano due poli, ma un unico contesto di interazione che si trova in corrispondenza dinamica con altri contesti. In questo mondo indefinito, nel quale noi ci sappiamo orientare, ciò che appartiene all’uno si sovrappone all’altro, si somma, si sottrae, si integra o anche si nega. I paesaggi urbani e rurali, i suoni e le melodie, le attitudini personali e collettive si rimandano vicendevolamente seppure all’interno di un’unica trama.

   C’è un inalterabile rapporto di prossimità tra Albania e Italia così come tra italianità e albanesità. Per prossimità intendo soprattutto il fatto che italiani e albanesi si autopercepiscono come vicini privilegiati. Il vicino su cui far leva per seguire le proprie ambizioni, ma anche la fonte di sostegno alla propria debolezza o di conforto nella solitudine. Questa vicinanza da accesso a ciò che per entrambi si trova ancor più lontano, idealmente soprattutto, ma anche fisicamente. Italia e Albania sono l’estensione del punto da cui il viaggio inizia, non propriamente la meta. Per noi che attraversiamo costantemente queste categorie, lo slancio urbano e la dimensione rurale del territorio sono i paraggi dell’ambiente domestico. Ognuno di noi sa di stare non lontano da casa quando si trova a Trieste, Bari, Roma, Tirana, Durazzo o Valona, indipendentemente da dove gli sia capitato di nascere o abbia la residenza. La stazione, il treno, l’aereo, la nave, la macchina, l’autostrada, così come quel tratto di terra, di mare o di cielo che si percorrono, fanno già parte dei paraggi domestici. Si ha un senso di familiarità con questi viaggi anche quando è la prima volta che li si affronta o quando se ne sente solo parlare. Il sentirsi a proprio agio deriva soprattutto dal fatto che l’attraversamento, sia nel senso di viaggio fisico che nel senso culturale, è iscritto nella memoria collettiva. Gli attraversamenti hanno lasciato dei solchi come quelli dei dischi che permettono alla musica di essere riprodotta e riascoltata.

    Lo scopo della rassegna è di riscoprire le tracce di questi attraversamenti e di questa prossimità, per mezzo di immagini, dei suoni e dei dialoghi dei film. Si darà importanza al modo in cui gli albanesi vedevano e vedono gli italiani, perché riteniamo che questa prospettiva negli ultimi tempi sia stata messa erroneamente in secondo piano. Ciò è accaduto a partire dagli anni Novanta, quando c’è stata un’inversione di tendenza rispetto all’inizio del ventesimo secolo: mentre nella prima metà del Novecento erano soprattutto gli italiani che andavano o progettavano di andare in Albania per motivi di carattere professionale, militare o coloniale, con la caduta del regime comunista furono invece gli albanesi a spingersi verso l’Italia, alla ricerca di possibilità che la loro terra in quel momento non sembrava poter offrire. I due fenomeni sono connessi perché facevano parte del processo storico con il quale si è aperto e poi chiuso il cosiddetto secolo breve. Tuttavia pochi in Italia e in Albania hanno colto il legame tra quegli eventi, e negli ultimi trent’anni il discorso pubblico sulle relazioni italo-albanesi è stato caratterizzato da forti stereotipi, incentivati da dalle campagne elettorali e dalla miopia degli attori mediatici. Quanto detto non vuole togliere il merito a giornalisti, politici, artisti e studiosi che invece hanno dimostrato di essere all’altezza dei tempi correnti, ma bisogna ammettere che il loro pregiato contributo tende a diperdersi, smarrirsi, nella marea di lavori mediocri che maggiormente hanno condizionato l’opinione della massa.

   Il festival non sarà limitato a quest’unica prospettiva. Al contrario vogliamo superare lo sguardo ego-soggettivo a cui siamo costretti dai media tradizionali. Il nostro obbiettivo è di riflettere sul fatto che non esiste un modo di essere concretamente italiano o albanese se non nel continuo passaggio che si compie ripetutamente da un contesto all’altro. Ovviamente queste considerazioni non sono fatte pensando a qualche categoria particolare di persone, ma osservando la profondità dell’orizzonte storico delle relazioni italo-albanesi. Per comprendere cosa significhi essere italiano e albanese, o in una parola “italo-albanese”, abbiamo deciso di dare risalto al tema della transizione. I film ci permetteranno di analizzare le idee e gli eventi che hanno caratterizzato i momenti di passaggio cruciali nei sistemi politici nei due paesi, ossia di comprendere come sia stata percepita l’influenza dell’Italia (e degli italiani) sulla storia e i costumi albanesi, e viceversa il ruolo che l’Albania e gli albanesi hanno avuto nelle fasi più importanti della storia italiana del XX e inizio del XXI secolo. I film ci aiuteranno a comprendere come i cineasti, e per riflesso la società a cui si é dato voce, hanno recepito e considerato le trasmigrazioni tra Italia e Albania, intendento con il termine “trasmigrazione’ ogni sorta di attraversamento, sia transfrontaliero che simbolico, o piu generalmente culturale. Le opere che meglio esemplificano il nostro intento sono quelle prodotte dallo sforzo congiunto di cineasti italiani e albanesi. Film che sono stati prodotti in un periodo di transizione fondamentale dell’epoca contemporanea,  che per gli albanesi costituiva soprattutto il passaggio dalla dittatura comunista al pluralismo politico, mentre per gli italiani coincideva con la fine del bipolarismo. Le produzioni italo-albanesi non solo ci permettono di vedere in che modo le transizioni sociali, politiche e culturali hanno segnato sincronicamente e diacronicamente la storia dei due paesi, ma ci mostreranno le storie e i personaggi attraverso uno sguardo plurisoggettivo che è tanto italiano quanto albanese. La cinematografia ha infatti la capacità di “rendere visibile la cultura”, cosa a cui siamo abituati a pensare come entità discreta ed astratta, mentre in realta la cultura é continuamente sublimata nella vita di tutti i giorni. Le opere di coproduzione illustrano storie e sentimenti inviluppati: ad esempio puo’ essere italiano il regista o il direttore di fotografia che illumina gli orizzonti di una scena,  ma al contempo essere albanese chi quella scena l’ha pensata, immaginandone i personaggi e le parole che li descrivono, e viceversa. La costante transizione da un paesaggio culturale all’altro che emerge nelle opere di coproduzione, costituisce il superamento della visione ego-soggettiva degli eventi transitori. L’adozione di uno sguardo plurisoggettivo è necessaria a superare tutti quei pregiudizi che raffermano l’energia degli attraversamenti e alterano il rapporto di prossimità.

Le opere che vedremo dimostrano che la storia delle relazioni italo-albanesi è la cronaca di ininterrotte transizioni che avvengono in un contesto di inalienabile prossimità. Gli aspetti che caratterizzano questa transitorietà ci possono suscitare più o meno simpatia, ma non è nostra intenzione dare dei giudizi. Ci auguriamo invece che i film generino riflessioni sull’oggetto della rassegna o su qualsiasi altro aspetto che non abbiamo evidenziato.

CulturalPro